Quando si pensa al Giappone dei samurai vengono in mente la katana e l’arco. Eppure, a metà del Cinquecento, un’arma arrivata dal mare cambiò per sempre il modo di combattere nell’arcipelago: il fucile a miccia che i giapponesi chiamaronotanegashima, dal nome dell’isola dove sbarcò per la prima volta. In questo articolo ripercorriamo la sua storia, vediamo come funzionava il meccanismo a miccia e scopriamo perché unareplica decorativa di pistola a miccia giapponeseè un pezzo insolito e affascinante per una collezione.
- Historical and Decorative Pistol Replicas
Inert Japanese Matchlock Pistol Replica, 1800 – For Collectors
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1543: una tempesta, una giunca e due fucili
Secondo la tradizione, nel 1543 una giunca cinese con a bordo due avventurieri portoghesi fu spinta da una tempesta fino all’isola di Tanegashima, a sud del Kyushu. Il signore dell’isola, Tanegashima Tokitaka, acquistò dai portoghesi due fucili a miccia e affidò a un fabbro di spade, Yaita Kinbee Kiyosoda, il compito di copiarne canna e meccanismo di sparo.
Gran parte dell’arma non creò problemi a un artigiano abituato a forgiare lame. Lo scoglio fu la vite che chiudeva la culatta della canna: una tecnica di filettatura che in Giappone, a quanto pare, non esisteva ancora. Il problema fu risolto solo l’anno successivo, quando un fabbro portoghese tornò sull’isola. Da quel momento il nome dell’isola diventò il nome dell’arma:tanegashima, chiamata anchehinawajū, cioè «fucile a miccia».
Come funziona un’arma a miccia
Il meccanismo a miccia è uno dei primi sistemi di accensione meccanica delle armi da fuoco portatili. Una corda a combustione lenta, la miccia, restava accesa e fissata in un morsetto all’estremità di una piccola leva ricurva chiamata serpentina. Azionando la leva, o nei modelli più evoluti il grilletto, la serpentina si abbassava e portava la miccia accesa nello scodellino, dove incendiava la polvere d’innesco.
Il sistema aveva un limite evidente: con il tempo umido la corda era difficile da accendere e da tenere accesa. I giapponesi lavorarono molto per migliorarlo. Inventarono coperture in lacca da montare sul meccanismo, per poter sparare anche sotto la pioggia, e lohayago, un tubetto di bambù che conteneva già polvere, borra e palla e rendeva più rapido il caricamento.
È un meccanismo diverso da quello a pietra focaia, in cui la scintilla nasce dall’urto di una pietra contro una piastra d’acciaio, senza fuoco sempre acceso.
Dalle battaglie dei daimyō alla pace di Edo
L’arma si diffuse rapidamente tra i samurai e soprattutto tra gliashigaru, i fanti. Nel 1549 Oda Nobunaga ordinò la produzione di 500 fucili per i suoi eserciti, in un momento in cui molti altri signori della guerra dubitavano ancora dei vantaggi delle armi da fuoco. Nobunaga li impiegò nella battaglia di Anegawa, nel 1570, e poi contro il potente clan Takeda nella battaglia di Nagashino, nel 1575, che la tradizione ricorda come la vittoria dei fucilieri.
Il fucile non sostituì mai del tutto l’arco giapponese, loyumi, che restava più rapido e utilizzabile con qualsiasi tempo. Ma il modo di fare la guerra non fu più lo stesso. I fucili furono usati anche durante l’invasione giapponese della Corea del 1592.
Dopo l’assedio di Osaka e la fine del clan Toyotomi, Tokugawa Ieyasu fondò lo shogunato Tokugawa. Si aprì il lungo periodo di Edo, relativamente pacifico, e l’uso dei tanegashima in battaglia andò declinando.
Non solo fucili: la pistola a miccia del samurai
Le armi a miccia giapponesi venivano classificate in base al calibro e all’uso. Accanto ai fucili da fanteria esistevano versioni più piccole, letan-zutsu, letteralmente «cilindro corto». Erano in genere pistole a miccia: meno adatte alla battaglia in campo aperto per gittata e potenza, diventarono soprattutto un simbolo di prestigio per i samurai a cavallo, e talvolta erano usate dagli alti comandanti per difendersi. Da queste derivarono lebajo-zutsu, armi da cavalleria con la canna un po’ più lunga, pensate per essere ricaricate in sella.
È proprio questa famiglia di armi corte, elegante e poco conosciuta in Occidente, a rendere interessante una replica da collezione: racconta un Giappone diverso da quello delle sole spade.
La replica decorativa: un pezzo raro in una collezione
Thereplica inerte della pistola a miccia giapponeseche trovi nel nostro negozio è un oggetto decorativo e da collezione: non funzionante, pensata per essere esposta. È un pezzo che incuriosisce chiunque la veda, perché porta in una collezione di armi storiche un capitolo dedicato al Giappone.
Per un’esposizione a tema puoi affiancarla a unakatana decorativa da collezione, montata a parete con unset di supporti per spada samurai: pistola e spada insieme raccontano il passaggio dal Giappone medievale a quello delle armi da fuoco. Altre repliche di armi corte di epoche diverse le trovi nella categoriarepliche di pistole storiche e decorative.
In sintesi
- Il tanegashima arrivò in Giappone con i portoghesi nel 1543 e prese il nome dell’isola dello sbarco.
- Il meccanismo a miccia accendeva la polvere con una corda sempre accesa, abbassata da una leva chiamata serpentina.
- Oda Nobunaga fu tra i primi a puntare sui fucili, usandoli ad Anegawa nel 1570 e a Nagashino nel 1575.
- Le pistole a miccia, o tan-zutsu, erano soprattutto un simbolo di prestigio dei samurai a cavallo.
- Oggi una replica decorativa permette di esporre un capitolo poco noto della storia giapponese.
